PIXOTE, LA LEGGE DEL PIU’ DEBOLE
Titolo originale: Pixote, a lei do mais fraco.
Regia: Hector Babenco.
Con: Fernando Ramos, Jorge Juliao, Gilberto Moura, Zenildo Oliveira, Edison Lino, Marilia Pera, Jardel Filho.
Genere: Drammatico. Produzione: Brasile. Anno: 1980. Durata: 125 min.
VOTO: 7
“Pixote” è il film che ha fatto conoscere a livello internazionale l’argentino Hector Babenco. Un film scomodo, durissimo per l’epoca. Ambientato in Brasile.
Si racconta di alcuni ragazzi di strada finiti in un carcere minorile dove la condotta aberrante dei dirigenti e degli addetti all’ordine li obbligherà ad imparare la violenza. Babenco non ci risparmia nulla: dentro il riformatorio assistiamo a maltrattamenti, episodi di violenza sessuale, lavaggi del cervello, razzismo, circola droga come fosse zucchero e ci sono omosessuali più o meno repressi. Il turpiloquio è all’ordine del giorno. Il luogo preposto alla rieducazione dei minori diventa in realtà un inferno, un ricettacolo di storie altamente crudeli, forme di vita che come mine umane non aspettano altro per esplodere, un luogo dove è la legge del più forte a farla da padrone. 
Ciò che non dovrebbe accadere purtroppo accade: un amico di Pixote (con soli dieci anni il più giovane del gruppo) viene ucciso da una guardia giurata. Un tentativo di protesta viene soffocato brutalmente e ci scappa un altro morto.
Un gruppo di ragazzi (Pixote, l’omosessuale Lilica, Dito e Chico) riescono ad evadere e dopo aver imparato la “malavita” in riformatorio cercano di farne un mestiere. Diventano una piccola baby gang dedita ai furti, rapine e allo spaccio di droga. In particolare, avvicinatisi alla prostituta Sueli, ne diventano complici nel rapinare i clienti di quest’ultima.
Ma l’equilibrio è irraggiungibile. Spuntano brandelli di melodramma neanche troppo celato, quando vediamo il piccolo Pixote accostarsi alla donna: uno straziante surrogato di amore filiale.
Film molto drammatico quindi, a tratti sociologico, ma un maggiore distacco emotivo poteva forse dare un tocco più universale alla storia che è comunque ben condotta. Si sente che Babenco è partecipe della storia e dei suoi personaggi. Il film resta però ammirevole e coraggioso per l’epoca ed è riuscito a portare alla notorietà il suo nome.
Tra le immagini più disturbanti vorrei citare quella in cui i ragazzi scimmiottano il vero crimine (quello che vive fuori le mura e che loro incontreranno). Perché nelle strade di San Paolo la vita è dura, molto dura, tant’è che alcuni ragazzi vorrebbero rimanere per sempre tra le sbarre e perfino qualche genitore lo auspica.
C’è sempre il rischio, realizzando opere come questa, di spettacolarizzare il degrado, come nel recente “City of God ” di Mereilles (che comunque resta un buon film). Il film di Babenco è molto lontano da questa idea e più vicino al documentario e per questo va apprezzato.
BAGDAD CAFE’
Un film di Percy Adlon.
Con Jack Palance, Marianne Sägebrecht, James Gammon.
Titolo originale Out of Rosenheim. Commedia, durata 112 min. – Germania 1987.
VOTO: 6,5
Jasmin, tedesca, dopo il litigio col marito, si ritrova abbandonata in un villaggio desertico alle soglie di Las Vegas. Prende una stanza in un motel ma si accorge di non essere vista di buon occhio a causa di qualche suo comportamento incomprensibile. Cosa nasconde questa donna misteriosa e dallo sguardo tenerissimo’?
“Bagdad Cafè” rappresenta il primo successo internazionale del tedesco Percy Adlon, dedido soprattutto ai documentari. Tutto è accattivante: ambientazione fuori dal mondo con fotografia caldissima, inquadrature sghembe, soprattutto nelle prime sequenze, e personaggi che ispirano tutti più o meno simpatia. 
A cominciare dalla grassoccia tedesca Jasmin (Marianne Sägebrecht) che compare misteriosamente nel villaggio come una Mary Poppins portando ordine e risolvendo degli evitabili conflitti presenti nella piccola comunità. Anche Brenda, donna di colore che gestisce il motel in questo deserto vicino a Las Vegas, all’inizio così scettica e sbraitante, un autentico rovescio della medaglia dell’amabilità della prestigiatrice teutonica, finirà per smussare il suo carattere così acido facendosi coinvolgere da quel personaggio così bizzarro.
Jasmin porta un po’ di mistero nella comunità multirazziale ma conquista tutti con la sua buona dose di ironia e l’altruismo che la contraddistingue. Da mandare a memoria ovviamente la deliziosa sequenza in cui Jasmine fa il verso a Marlene Dietrich (ancora oggi un’icona per il cinema tedesco e non solo). Cinema “carino” insomma, per una volta il termine non è usato in senso dispregiativo.
Il film scorre via veloce, senza intoppi e la colonna sonora così realmente subliminale non fa che rendere ancor più piacevole la visione. Al di là dell’evidente elegia sull’imprevedibilità della vità, e la voglia di mescolare e far reagire etnie diverse a confronto, l’opera non ha particolari pretese autoriali. Insomma, cinema per tutti i gusti. Consigliato, estremamente godibile.
Attori sconosciuti (la Sägerbrecht diventerà volto noto solo dopo questo film), ma in un ruolo da spalla compare il grande Jack Palance.
PONYO SULLA SCOGLIERA
Titolo originale: Gake no ue no Ponyo.
Titolo internazionale: Ponyo On The Cliff By The Sea.
Prima uscita: 19 Luglio 2008 in Giappone.
Regia, soggetto e sceneggiatura: Hayao Miyazaki.
Durata: 100 min. Data di uscita in Italia: 20 Marzo 2009.
Distribuito da: Lucky Red.
VOTO: 8,5
Il piccolo Sosuke vive con la madre in cima ad una scogliera. Un giorno libera una pesciolina rossa intrappolata in una bottiglia e le da il nome Ponyo. S’instaura un legame tra queste piccole e diverse creature, un’amicizia che arriverà anche a sfiorare l’amore infantile, quando Ponyo, momentaneamente riportata in fondo al mare si trasformerà in una bambina per raggiungere il suo nuovo amico, nonostante gli ostacoli del padre Fujimoto (un ex umano).
Presentato in concorso all’ultimo festival veneziano, “Ponyo sulla scogliera” è l’ennesimo parto geniale del più grande nome dell’animazione -mondiale e non solo giapponese – ed è, manco a dirlo, un film magnifico. Favola dolcissima che rilegge a modo suo “La sirenetta” di Andersen ma che non è estranea al desiderio di umanità di Pinocchio.
Il tema ecologista, ricorrente nella sua opera, è più defilato a vantaggio di una delicata storia d’amore e amicizia infantile in cui gli occhi sbalorditi dei bambini sono gli autentici protagonisti.
La natura e la magia convivono perfettamente in una trama semplice e lineare, senza intellettualismi di sorta. Pur essendo stavolta più sbilanciata verso lo spettatore giovane, il film risulta godibile anche per l’adulto che ha il desiderio di ricordare che cos’è l’infanzia.
Ponyo scopre l’amore in un mondo distante dal suo, non ne ha paura, lo cerca, lo brama e con la sua sola forza d’animo e il suo entusiasmo si fa artefice unica della sua metamorfosi umana, senza fatine e incantesimi ma semplicemente assaporando la vita attraverso il sangue del piccolo Sosuke.
Questo piccolo magico evento diventa una metafora potentissima: si può andare contro la propria natura? Si può amare qualcosa di diverso da noi? Si può trovare un mondo differente da quello che ci ha cresciuti senza amore? Con la fantasia, con l’entusiasmo e una forza vitale che tutti abbiamo, Miyazaki sostiene che si può. 
I suoi disegni “ a mano” di grande efficacia e semplicità, raggiungono vertici di lirismo cui l’animazione computerizzata dei giorni nostri può solo aspirare. Un film davvero fuori dal tempo e dallo spazio che invita a sognare e ci ricorda che tutti sappiamo e possiamo farlo.
Numerose le sequenze visionarie, dentro e fuori l’oceano, due mondi non così distanti in realtà, e soprattutto, non così diversi : Ponyo non lo sa ancora ma anche il mondo degli umani ha le sue crudeltà e le sue zone oscure.
Il mondo di Miyazaki è popolato di figure colorate, amabili, deliziose ma anche odiose e pericolose che riesce a farsi amare realmente da adulti e bambini, laddove il cartone animato tradizionale e buonista avrebbe puntato solo al divertimento dei piccoli senza preoccuparsi della coerenza dei sentimenti. Qui non c’è melassa, qui non c’è ricatto emotivo dello spettatore infantile. Solo una parola viene in mente: poesia. La più appropriata. Sarà anche un’opera minore del maestro ma averne di opere minori così belle!
N.B : non è il mio snobismo che mi porta a dire che per godersi il film in tutto il suo splendore è preferibile, almeno per l’adulto, la versione con sottotitoli! Fosse solo per la banale colonna sonora smaccatamente e furbescamente accattivante inserita nella versione italiana. Non è snobismo … è un dato di fatto!
ADDIO TERRAFERMA
Un film di Otar Iosseliani.
Con Nico Tarielashvili, Lily Lavina, Philippe Bas, Amiran Amiranachvili.
Titolo originale Adieu, plancher des vaches. Commedia, durata 117 min. – Francia, Italia, Svizzera 1999.
VOTO: 9
Nicolas, ventenne appartenente ad una ricca famiglia alto-borghese della periferia parigina, trascorre le sue giornate nella capitale praticando umili mestieri e frequentando poveracci e furfantelli, mentre la madre è impegnata nei suoi affari di alto livello e il padre si dedica all’ozio, al vino, ai trenini elettrici e s’intrattiene con una cameriera e altri piccoli personaggi sfiorano, con le loro piccole storie, le vicende di questo strano nucleo.
Otar Iosseliani (classe 1934), tra i più lucidi autori del cinema contemporaneo, scrive e dirige magistralmente un’incantevole commedia umana con personaggi bizzarri, le cui storie si sfiorano, divertono, suscitano riflessioni profonde sull’utilizzo della propria esistenza.
Percorso dalla grazia di chi ne ha viste tante ma non intende affatto essere saccente, “Adieu, plancher des vaches” contrappone l’immobilità borghese (con il suo “fascino discreto”) alle esistenze irregolari di cittadini ai margini della società. Una deliziosa “ronde” attraversata da una leggerezza e da un’ironia davvero invidiabile.
Lo sguardo del regista georgiano (anche interprete del padre ubriacone) sembra essere quello di un antropologo che osserva le “regole del gioco” di una società a tratti impazzita.
Cinema filosofico, in un’epoca in cui nessuno fa più filosofia (soprattutto al cinema) e dunque cinema prezioso, che ha molte cose da dire e lo fa senza appesantire una trama arzigogolata, nè troppo pessimista, nè troppo ottimista e quindi narrativamente imprevedibile. 
Esemplare il modo in cui sono incastrate le varie storie e il punto di vista di Iosseliani rimane sempre disincantato, da cittadino apolide in un mondo in pieno caos, rendendo credibile qualsiasi situazione assurda. Nelle gioie e nei piccoli o grandi drammi che la vita ci riseva si trovano comunque il piacere di osservare il mondo da angolazioni diverse, di sperimentare esistenze alternative, il desiderio di poter decidere quando e come abbandonare il caos e ricominciare altrove, senza escludere l’eventualità di un ripensamento.
Si fa esplicito riferimento al cinema di Bunuel, Renoir e Ophuls, ma il suo è un film comunque personalissimo e coerente con l’intera filmografia di questo grande cineasta.
I giovani autori contemporanei avrebbero molto da imparare studiando i suoi film!
Gli uccelli ci guardano e hanno il privilegio di lasciare la terra(ferma) ogni qualvolta lo desiderano, con totale indifferenza e invidiabile spirito libero.
Per noi, la fuga da questo mondo è una possibilità concreta, che non coincide necessariamente con la rinuncia a vivere.
KIKA – Un corpo in prestito
Un film di Pedro Almodóvar.
Con Rossy De Palma, Victoria Abril, Peter Coyote, Verónica Forqué, Bibì Andersen.
Titolo originale Kika. Commedia, durata 111 min. – Spagna 1993.
VOTO: 5
Kika, truccatrice svampita, ha un fidanzato complessato da quando il padre scrittore ha ucciso la madre. Una serie variopinta di personaggi ruotano intorno a lei e al ragazzo: un maniaco stupratore, una domestica lesbica, poliziotti svogliati e una reporter televisiva in cerca di scoop.
Il peggior Almodovar degli anni ‘90 è un altro esempio di frullato di generi, in questo caso commedia grottesca innervata di elementi noir e melodramma profondamente carnale.
Si può decisamente affermare che “Kika” rappresenti un ideale incrocio tra i suoi schizzati esordi e i perfetti “almodrami” della fase più matura.
Una disamina dei meccanismi distruttivi della gelosia e, soprattutto, una satira sbeffeggiante della TV spazzatura con i suoi programmi incentrati sulla morbosa attenzione a cruenti fatti di cronaca e sul dolore di chi li vive in prima persona. Quest’ultimo è sicuramente l’aspetto più interessante del film: la satira in qualche modo riesce a colpire il bersaglio con il gustoso personaggio di Victoria Abril, psicologa, conduttrice di un delirante show televisivo, che si presenta al pubblico – ma anche in missione – con telecamera sulla testa e un’incredibile armatura che la fa sembrare una sorta di Robocop. 
Una caratterizzazione a suo modo geniale, al punto che vorremmo che l’intero film fosse incentrato su di lei.
Purtroppo il regista spagnolo dissemina la pellicola di elementi che indiscutibilmente appartengono al suo mondo e al suo stile, con un fastidioso compiacimento. Ne scaturisce un’opera di maniera che esagera clamorosamente nello spingere il pedale del kitsch.
Molto citata è la furbissima e lunghissima scena dello stupro di Kika; una trovata che si pone l’obiettivo di suscitare ilarità, ma che finisce per irritare.
La suddetta scena gioca col voyeurismo dello spettatore e viene inserita nel discorso sul cinismo dei mass-media: ciò che prima dovrebbe divertire viene subito dopo sottoposto a condanna senza molta coerenza.
In generale tutta la seconda parte del film sembra realizzata senza credere più tanto a quelli che erano gli obiettivi prefissati. Inoltre, l’ingarbugliata sottotrama noir si appiccica malamente a tutto il resto e non suscita il minimo interesse.
Dopo “Kika” Pedro sfornerà una serie di opere di abbacinante bellezza (su tutte “Parla con lei”) e questo infortunio autoriale verrà presto dimenticato.
Divertente il cameo di Francisca Caballero (madre del regista) e, come sempre, curatissimi i titoli di testa.
GLI AMANTI DEL CIRCOLO POLARE
Un film di Julio Medem.
Con Nancho Novo, Najwa Nimri, Fele Martinez, Maru Valdivielso.
Titolo originale Los Amantes del Círculo Polar.
Drammatico, durata 112 min. – Spagna, Francia 1998.
VOTO: 7
Madrid anni ’80.
Ana e Otto sono due bambini dalla spiccata sensibilità che hanno in comune un nome palindromo. Le loro due giovani vite s’incrociano in un freddo giorno d’inverno in un momento in cui entrambi hanno appreso qualcosa di doloroso sulle loro rispettive famiglie: Ana ha saputo della morte del padre in un incidente, Otto invece, non riesce ad accettare la separazione dei suoi genitori.
Inaspettatamente da due mezze famiglie ne nascerà una nuova e i due piccoli ostinatamente convinti dal caso (Ana) o dal destino (Otto) s’inventano la possibilità di un amore.
Presentato, senza successo, in concorso al Festival di Venezia nel 1998, “Los amantes del Circulo Polar” è il quarto lungometraggio di Julio Medem (anche lui un palindromo nel nome) ed il suo primo ad essere distribuito anche nel nostro Paese.
Si tratta di un intenso melodramma che ha i suoi punti di forza in una messa in scena davvero pregevole, che rischia forse di cadere nell’estetizzante se non fosse per il coinvolgimento emotivo che i suoi protagonisti riescono a trasmettere. Il regista spagnolo sembra aver studiato a lungo il cinema di Truffaut e soprattutto quello di Kieslowski. 
Come il francese, infatti, non ha nessun pudore a mostrarci il romanticismo più estremo, quasi fuori dal tempo. Dal grande autore polacco riprende invece le affascinanti riflessioni sul caso e il destino, in maniera fin troppo insistita a dire il vero, tant’è che il ripetersi di continue coincidenze nella seconda parte del film può anche irritare lo spettatore più impaziente.
Inoltre, bisogna dire che la scena madre, così ben costruita e anticipata da un flashforward iniziale, si fa attendere un po’ troppo, ma quando arriva è un colpo al cuore.
Affascinante, e anche qui non nuovissima, costruzione del racconto che alterna linee temporali diverse e in maniera funzionale alla liricità della storia.
Non mi sento comunque di affermare che sia cinema derivativo e manierista perché la bravura del regista c’è e si vede, e il messaggio che vuole trasmetterci arriva a destinazione: è davvero difficile non emozionarsi per questa dichiarazione d’amore per l’Amore con la A maiuscola, quello che supera le barriere del tempo e va oltre la vita, un amore palindromo – e quindi non unidirezionale – che pur essendo nato in un freddo giorno invernale e trascinato tra i bellissimi ghiacci del Circolo Polare Artico, pur immerso in tutte le sfumature possibili del colore blu (Kieslowski ancora) emerge e riscalda i cuori degli animi sensibili come quel sole agli estremi del mondo, che non ne vuole proprio sapere di andare via, anche se notte.
MYSTERIOUS SKIN
Un film di Gregg Araki.
Con Joseph Gordon-Levitt, Brady Corbet, Michelle Trachtenberg, Elisabeth Shue.
Drammatico, durata 99 min. – USA 2004.
VOTO: 8
Brian e Neil sono due ragazzi dal carattere molto diverso ma entrambi hanno visto la loro vita segnata da un atroce trauma: sono stati tutti e due sedotti e abusati dal loro allenatore di baseball pedofilo. A distanza di anni Brian e Neil, persisi di vista, ingloberanno l’accaduto in maniera differente.
Mysterious skin segna il ritorno di Gregg Araki ad un cinema di qualità dopo il fragile e irrisolto “Splendi amori” del 1999. Una storia di infanzia violata rappresentata visivamente dall’immagine del bambino con il naso sanguinante.
Brian, il più fragile, rimuove completamente l’episodio infantile e si rifugia in un mondo fantastico fatto di alieni che rapiscono umani, si convincerà che quel ricordo sbiadito-forse un sogno- sia dovuto appunto ad un rapimento da parte di queste creature.
Neil invece opta per una vita da marchetta ,con spavalderia apparentemente, sottolineata dal suo sguardo diventato cinico e perverso.
“ Tutto ciò che facciamo dipende dall’essere stati rapiti:” dice la ragazza che Brian incontrera’ e che forse anche lei ha avuto uno scontro con gli alieni. Ecco quindi che il regista decide di concentrarsi esclusivante sui ragazzi che hanno subito l’atto di pedofilia ; l’allenatore di baseball sparisce e non sapremo mai che fine avrà fatto.
Gli sguardi in macchina insistiti e le soggettive non fanno altro che facci penetrare nell’interiorità dei due ragazzi mostrandoci poi nello sviluppo della storia in che modo l’evento traumatico verrà esorcizzato da entrambi. La scoperta precoce della sessualità coincide con il turbamento di una pelle misteriosa (la loro pelle) che con estrema difficoltà si disvela al mondo degli adulti e comincia a toccare il lato più oscuro e complesso dell’animo umano suscitando paura ma anche desiderio.
Lo stile del regista diventa per l’occasione meno adrenalitico ma ciò è dovuto sicuramente alla materia del romanzo di Scott Heim.
La scelta di vita di Neil lo porterà a scontrarsi inevitabilmente col demone dell’AIDS: il suo incontro con il sieropositivo col corpo deturpato, che desidera solamente essere accarezzato,avrà un ruolo determinante per la presa di coscienza del ragazzo e soprattutto ci regala una sequenza di grande intensità in cui è difficile trattenere i brividi lungo la schiena.
Purtroppo Araki inserisce alcune immagini troppo forzatamente poetiche quasi a voler stemperare la crudezza che ci ha introdotto nella storia.
Ovviamente vista la fama di autore “maudit” di Araki questo film ha deluso alcuni sui sostenitori, soprattutto il finale considerato consolatorio, patetico e improbabile.
Niente di tutto ciò, semplicemente è un finale estremaente umano che porta a galla una insospettabile sensibilita’ dell’autore. E comunque non si capisce perché da lui dovremmo aspettarci solo cinismo. 
Per quanto concerne il plot due elementi ci colpiscono senza dubbio:
La scelta di presentarci il piccolo Neil come già omosessuale prima della violenza ( per molti di noi è una cosa ovvia ma non per tutti purtroppo visto che è nata la leggenda del “gay perché abusato da piccolo”); e poi il disagio che suscita sullo spettatore la reazione del ragazzo anche a distanza di anni : un ricordo tenero che gli fa pensare all’amore. La storia di Brian è quasi messa in secondo piano e poteva essere approfondita meglio ma anch’essa è potente e coinvolgente. Il ricongiungimento tra i due avverra’ si in maniera prevedibile ma quel finale che ha fatto storcere il naso ad alcuni snob forse non è un vero finale perché non possiamo non chiederci cosa sarà delle loro vite. Attori tutti bravissimi ma una menzione speciale va a Chas Ellison (Neil da bambino) prima tenero e ingenuo e poi inquietante nel suo sguardo.
Nell’ultima inquadratura del film abbiamo il tempo di commuoverci prima che l’immagine svanisca con la macchina da presa che indietreggia e scompaia in una sublime dissolvenza ma fa si che resti impressa nella mente dello spettatore la lancinante tenerezza di quel loro abbraccio.
Un film magnifico e maturo. Da vedere.
LE DUE SORELLE
Un film di Brian De Palma.
Con Margot Kidder, Charles Durning, Jennifer Salt, William Finley.
Titolo originale Sisters. Thriller, durata 93 min. – USA 1973.
VOTO: 8,5
Philip e Danielle si conoscono in uno studio televisivo, dove entrambi partecipano ad una sorta di “Candid camera Show”. Trascorrono una sera assieme ma la ragazza in preda a un raptus uccide l’uomo con un coltello. Danielle vive continuamente ossessionata dalla gemella Dominique. Le due sorelle siamesi sono state separate in un intervento chirurgico dal marito, il quale adesso aiuta la donna ad occultare il cadavere, ma la giornalista Grace dalla sua finestra ha assistito all’omicidio e decide di intervenire.
Il primo capolavoro della filmografia di De Palma è anche uno dei suoi film più sottovalutati e meno frequentati (in Italia per molto tempo è stato introvabile e solo recentemente è uscito in dvd). 
Vale davvero la pena di recuperarlo perché qui ci troviamo di fronte alla pietra di paragone per tutto il cinema che il Nostro realizzerà, specie per quanto riguarda il thriller.
Trattasi di un film teorico alla luce del quale possiamo capire la poetica di questo grande regista, così visceralmente amato da molti cinefili e biasimato da altri che lo considerano un autore “parassita”. “Sisters” ci schiarisce le idee su molte cose. Mai come in questo film abbiamo capito con che scopo il regista italo-americano utilizza elementi e idee del repertorio hitchcockiano, rimasticandoli e facendone autenticamente una grammatica per il suo racconto filmico.
In un vero e proprio fiume di citazioni (Psycho, Finestra sul cortile, Nodo alla gola, Notorious, …ma anche un omaggio al grandissimo Michael Powell e al suo “ Peeping Tom” ) c’è già tutto ciò che diventerà tipicamente depalmiano.
Ecco quindi che vediamo comparire uno dei topoi centrali della sua poetica , vale a dire il discorso metacinematografico strettamente legato al tema dello sguardo e del voyeurismo.
Abbandonate le ambizioni godardiane degli esordi, De Palma, con questa produzione indipendente, rinasce a nuova vita immergendosi nel thriller più puro (con elementi horror). Sia pur ancora con alcune incertezze la sua straordinaria perizia tecnica – che ormai tutti gli riconosciamo- qui comincia a sbalordire. Esemplare in questo senso la sequenza dell’omicidio che ci viene mostrato con l’espediente dello split-screen (quasi un marchio di fabbrica). Lo schermo suddiviso permette di vedere la scena da due prospettive perfettamente speculari : la stanza di Danielle e lo sguardo della vittima, l’appartamento in cui Grace assiste all’accaduto.
Perché mi soffermo così poco sulla trama ?
Perché essa non è che un puro pretesto- come in Hitchcock – per creare suspense , impostare il tema centrale dello sguardo e parlarci di un amore smisurato per il cinema.
Gli elementi oscuri saranno ben presto svelati allo spettatore, specie se con memoria cinematografica, ma il tutto funziona meravigliosamente bene. La sequenza finale poi è un autentico sberleffo a chi crede di assistere al classico giallo in cui è fondamentale seguire il detective.
Se non fosse per la produzione volutamente povera da midnight movie e per la recitazione un po’ debole degli attori sarebbe un film perfetto.
Ma anche così “Sisters” va assaporato in tutta la sua genialità.
21 GRAMMI
Un film di Alejandro Gonzalez Inarritu.
Con Sean Penn, Benicio Del Toro, Naomi Watts, Clea Duvall, Danny Huston, Charlotte Gainsbourg, Melissa Leo.
Titolo originale 21 Grams. Drammatico, durata 125 min. – USA 2003.
VOTO: 3
Una terribile tragedia è destinata a sconvolgere l’esistenza di tre personaggi che non si conoscono.
Il religiosissimo Jack (Del Toro), ex detenuto, investe e uccide accidentalmente col suo furgone un uomo e le sue bambine; la giovane moglie della vittima (Watts), traumatizzata, precipita in un abisso fatto di alcool e droga ; un uomo cardiopatico (Penn) riceve con trapianto il cuore di suo marito e si mette sulle tracce della donna finendo per innamorarsene e facendosi coinvolgere dal suo dramma.
Evidentemente convintosi di essere un genio dopo gli sperticati elogi alla sua opera prima (Amores perros del 1999) Alejandro Gonzales Inarritu con questo suo primo film americano si era messo in testa di dimostrarlo a tutti i costi , soprattutto ai critici, che vuole sbalordire con un incredibile pastrocchio che getta troppa, davvero troppa, carne al fuoco. Il suo complice è nuovamente lo sceneggiatore Guillermo Arriaga.
Il lacerante senso di colpa e il tentativo di redenzione di un ex criminale, l’impossibile elaborazione di un lutto da parte di una donna troppo fragile, una riflessione altamente filosofica sulla vita, la morte, Dio, l’irresistibile bisogno di vendetta ma anche una madre che vuole un figlio da un marito gravemente malato ricorrendo all’inseminazione artificiale ( in precedenza però aveva tenuto all’oscuro l’uomo su un aborto). 
Per completare il suo “capolavoro” il pretenzioso regista messicano lavora unicamente sullo stile frantumando in maniera del tutto gratuita l’improbabile racconto e infarcendolo di tutto ciò che fa “cinema d’autore” : flashback e flashforward, disorientanti e inutili ellissi, fotografia sgranata, svolazzi della macchina da presa a mano.
Il quarantenne regista però ha ancora tanto da imparare.
Per esempio da Atom Egoyan, lui sì davvero capace di decostruire una storia senza mortificare lo spettatore e dimenticare l’emozione pura. Difficile pensare che possa fare di peggio e francamente non è detto che siano tutti disposti a seguirlo nelle sue masturbazioni intellettuali.Arduo appassionarsi a personaggi che si arrovellano in tormenti religiosi, autodistruzione e desiderio di vendetta ; il tutto risolto in un insopportabile piagnisteo di 2 ore che sembrano almeno il doppio.
Spiace veder coinvolti attori altrove perfetti e qui fastidiosamente enfatici. Per chi si accontenta non è comunque male la fotografia di Rodrigo Prieto ma il film è da evitare come una peperonata a cena in piena estate! Pleonastico il monologo interiore di Sean Penn all’inizio (o fine…scegliete voi!) del film che ci spiega il significato del titolo.
CACCIATORE DI TESTE
Un film di Constantin Costa Gavras.
Con José Garcia, Karin Viard, Geordy Monfils, Christa Theret, Ulrich Tukur, Olivier Gourmet.
Titolo originale Le Couperet. Drammatico, durata 122 min. – Belgio, Francia, Spagna 2005. data uscita 10/02/2006.
VOTO: 8
Quando meno te l’aspetti ecco che il veterano Costa Gavras colpisce con un film durissimo che ha spiazzato chi lo conosce da anni.
CACCIATORE DI TESTE ( in originale “ Le Couperet” ) è tratto dal romanzo di Donald Westlake “ The Ax” e racconta di un ingegnere cartaio, che rimasto disoccupato dopo anni di onorata carriera, precipita nel baratro della follia : trovata una ghiottissima opportunità di lavoro s’improvvisa maldestramente serial killer per eliminare tutti gli aspiranti al suo stesso posto. Gavras ci ha da sempre abituati ad un cinema di grande impegno civile, dal magnifico “ Z – L’orgia del potere “ al sottovalutato “ Music box” , mai pero’ come in questa pellicola aveva optato per un cinema di puro genere duro e crudo e qui lo fa con ammirevole freschezza. Il suo è un paradossale film politico a tesi che si tinge di noir( citazione vistosa dal classico “ La fiamma del peccato “ di Wilder per l’incipit con l’espediente della confessione registrata ) ; un grottesco (verosimile!) che sfiora l’horror e pesca a piene mani nel “serial killer movie” venato di humour nerissimo. 
L’inquietudine s’insinua nello spettatore non tanto perché comprendiamo la genesi di una psicopatologia ma per la struttuta del racconto che ci porta inevitabilmente a simpatizzare col protagonista ovvero un disperato, pazzo, imbranato addirittura commovente quando lo vediamo lottare con i denti per tenere unito il nucleo familiare.
Maiuscola la performance di Josè Garcia capace di passare da un’ estrema goffaggine alla risoluta freddezza, dal patetico all’allucinato fino alla palpabile paura di affondare. La tesi di fondo può non essere originale ( la ricerca del lavoro diventa un’animalesca spietata lotta per la sopravvivenza in cui “ Homo homini lupus”) ma attuale più che mai.
Un film che non lascia indifferenti e sa sorprendere anche con un finale aperto azzeccassimo. Feroce.
Un consiglio : se possibile evitate la versione italiana con doppiaggio indecente!